Il coraggio e l’impegno di Madina, giovane rifugiata Afghana

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Madina (nome di fantasia) è una giovane afghana ormai residente in Italia da una decina d’anni, che non può più tornare nel suo paese a causa di una “sentenza” di matrimonio forzato.

La sua storia ha avuto inizio prima della partenza per l’Italia, quando alcuni parenti di Madina sono entrati in conflitto con un altro gruppo familiare a causa di alcune dispute per la spartizione dei terreni. Col passare del tempo le violenze e le vendette sono man mano degenerate, divenendo una vera e propria faida tra famiglie. Per questo motivo la risoluzione del conflitto è stata affidata al jirga, una riunione di capi villaggio e anziani. La jirga ha decretato che la pacificazione tra le famiglie sarebbe avvenuta tramite un matrimonio riparatore tra Madina e un uomo anziano sconosciuto alla giovane, già sposato e padre di sette figli.

 “Di solito fanno sposare una ragazza per la vendetta” ha spiegato Madina, sottolineando che il suo ruolo di seconda moglie equivarrebbe a quello della serva: in Afghanistan le donne che sono costrette a sposarsi per decisione di un jirga vengono continuamente umiliate dalla famiglia in cui entrano e trattate come schiave, ne diventano una proprietà: sarebbe quindi diventata un oggetto a disposizione del marito e della sua prima moglie.

I genitori di Madina, rifiutando l’idea che la figlia potesse essere schiavizzata, si sono coraggiosamente opposti a questo matrimonio-prigione.  Da allora il padre è dovuto fuggire e la madre è continuamente minacciata e come per tutte le donne non accompagnate anche il minimo spostamento fuori da casa diventa un’impresa.

Madina ha deciso di non tornare più in Afghanistan e, nel 2013 ha richiesto ed ottenuto lo status di rifugiata. Forte della sua esperienza, Madina è  oggi  determinata a lavorare e lottare per i diritti di tutte le afgane. Perché nonostante non possa più tornare al suo paese, è decisa a dare voce a tutte quelle donne che non hanno i mezzi per poter esprimere il proprio dissenso.

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Non potendo tornare in Afghanistan Madina ha deciso di mettere a disposizione il suo tempo per fare da traduttrice ai migranti iraniani, pakistani e afghani, approdati nelle isole Greche di Samos e Lesbo. Madina, e chi come lei lavora nei centri per i rifugiati, accoglie migliaia di persone che arrivano ogni giorno (quando il mare lo permette) cercando una vita migliore.  Ad intraprendere questo tortuoso viaggio ed incamminarsi verso l’Europa però, ci sono solamente afgani uomini o donne accompagnate dall’intera famiglia: per le donne intraprendere questi viaggi in solitaria è troppo pericoloso, dato che i trafficanti sfruttano le donne e il rischio per la propria vita è troppo alto.